Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape... Primo Levi, Il sistema periodico
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La leggenda del furbo imprenditore

Dalla discussione sul video di Farinetti mi sono rimaste a sfarfalleggiare nella mente alcune considerazioni. Lì per lì avevo preferito interrompere, per mancanza di tempo e perché non mi andava di abusare di quello spazio. Andando per ordine: qualunque viticoltore professionale (parlando di piccole produzioni, diciamo una capacità max. di 30-40.000 bottiglie) sa che, conti alla mano, non può vendere il vino sotto una certa cifra, altrimenti fallisce perché le spese superano l’incasso netto (intendo al netto anche di pensioni, stipendi del coniuge, ricavati di appartamenti o di altri lavori etc.). Vendere il vino sfuso abbassa un po’ i costi, ma il guadagno è talmente basso che non conviene, perciò si vende sfuso soltanto il vino che non si riesce a vendere imbottigliato. Dove si piazza il vino? Uscire dalla nicchia (dove siamo finiti per forza di cose e che spesso è talmente piccola da essere quasi un buco nel muro)  è il sogno di tutti, visto che la nicchia troppo spesso non permette di vendere tutto il vino necessario per reinvestire nella produzione (fatto ineluttabile) o semplicemente per campare. Il sogno di ogni piccolo produttore, allora, più che il fantozziano “dal trattore al tappeto rosso”, è il principe azzurro con il biglietto da visita del supermercato più o meno chic, oppure scritto in cirillico o in ideogrammi cinesi. Solo che per poter anche solo pensare di incontrarlo e di averne il giusto ricavo i rospi da baciare sono tanti, e spesso sono rospi talmente onerosi in termini di tempo e quattrini che proprio non ce la si fa. Si potrebbe pensare, allora, di provare ad abbassare un tantino la qualità, fare un buon prodotto decoroso, medio. Ma questo è quello che fanno molte grandi aziende a prezzi più bassi con cui il piccolo produttore non può competere! Oltretutto a chi piace fare il proprio lavoro e si ammazza di fatica, vuole anche farlo nel modo migliore possibile, per sé e per gli altri, altrimenti che divertimento c’è? O no? Altro che ricerca della perfezione! Che fare, dunque? La domanda è aperta, però mi porta a pensare una serie di cose: sono abbastanza convinta che il modello economico su cui ci basiamo non funzioni più e che sia necessario trovarne un altro. A me sembra un fatto emozionante e, forse, anche positivo, da cui, forse, con una buona dose di consapevolezza, si può riuscire a creare qualcosa di migliore. O ci si può provare. Che l’agricoltura e la viticoltura piccole e medie non abbiano mai portato a un guadagno fa parte della storia: già Columella nel suo Trattato sull’Agricoltura (tra 5 a.C. e 60 d.C. o giù di lì) faceva sui vigneti dei calcoli talmente precisi da lasciare stupefatti, e se lui non aveva i mezzi di ora aveva però gli schiavi e non si trovava davanti la burocrazia italiana, le leggi sulla sicurezza e quelle comunitarie e di esportazione. Mi sembra allora il caso di cercare nuovi modi di vendita, e nuovi modi di comunicazione. Il piccolo/medio viticoltore che gestisce fisicamente quasi da solo la sua azienda perché non ha altre forme di reddito, e quando si avvale di manodopera la paga al giusto, non può fare anche il resto, non può occuparsi dell’azienda, della cantina, della vigna, della promozione del prodotto in giro per il mondo, della burocrazia, di parlare con le persone giuste, trovare le strategie vincenti, occuparsi dei clienti ed essere presente sul web. Presentare una figura di questo tipo non è un’operazione di marketing, è una balla; inoltre, proporre un quadro simile a quello del Mulino bianco può funzionare per il nostro tipo di prodotto? A me non sembra, e lo trovo vecchio e noioso, oltre che banale; se guardiamo bene, la nostra comunicazione è fatta solo di parole come passione, amore per la tradizione, amore per la terra, dedizione, dedizione al territorio, amore per le proprie radici, passione per la tradizione, tradizione familiare, cultura della terra etc. No, c’è anche rispetto per l’ambiente in ogni salsa possibile; come si dice a Roma sembra “fàmolo strano”.  Non se ne può più, è tutto talmente uguale da sembrare finto anche quando è vero! Ritengo più interessante e più adatto provare a difenderci e a vendere presentando fatti reali, che nel bene e nel male sono infinitamente più poetici, cercando di creare nuove forme di comunicazione che abbiano contenuti dialettici; fornendo informazioni corrette e leali anche da un punto di vista semantico. Per inventare nuove storie. Per fare in modo che ci sia uno scambio vero tra produttore e cliente e tra le persone, al di là di tutto il fasullo che ci circonda, così forse saremo noi più liberi e naturali, e non il vino. Sperando di trovare un modello di vendita che funzioni, che cavolo!


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